Barbara Zoroddu

Negli ultimi anni è diventato quasi impossibile ignorare il crescente interesse verso gli psichedelici come strumenti di guarigione. Almeno per me. Università prestigiose conducono studi sulla psilocibina per il trattamento della depressione e del trauma. Documentari, podcast e libri raccontano storie di profonde trasformazioni personali. Sempre più persone viaggiano in Sud America o in Messico per partecipare a cerimonie tradizionali con ayahuasca, funghi psilocibinici o altre medicine delle piante.Per alcuni si tratta di una speranza terapeutica. Per altri di una ricerca spirituale. Per molti, probabilmente, di entrambe le cose. In un'epoca caratterizzata da ritmi frenetici, isolamento sociale e una crescente sensazione di disconnessione, non è difficile comprendere perché queste esperienze esercitino un fascino così potente.

Molte persone non cercano semplicemente una sostanza. Cercano un significato. Cercano una forma di riconnessione con sé stesse, con gli altri e con qualcosa di più grande della quotidianità. 

Forse questa riflessione mi tocca così da vicino perché sto percorrendo anch'io questo sentiero. Negli ultimi anni ho scelto di formarmi nell'ambito delle terapie psichedeliche con l'obiettivo di poter facilitare, in futuro, percorsi assistiti da queste sostanze. E più approfondisco questo mondo, più mi accorgo che le domande più interessanti non riguardano soltanto l'efficacia terapeutica degli psichedelici. Mi trovo sempre più spesso a interrogarmi su cosa significhi davvero guarire, su quale ruolo abbiano la comunità, il rituale, la relazione e il senso di appartenenza nei processi di trasformazione profonda. Domande che, non sorprendentemente, molte culture indigene si pongono da millenni. 

Molto prima che la psilocibina entrasse nei laboratori universitari o che l'ayahuasca diventasse oggetto di studi clinici, esistevano infatti culture che avevano sviluppato una conoscenza profonda delle cosiddette medicine delle piante e del loro utilizzo nei processi di guarigione. Una delle figure simbolo di questa storia è María Sabina, una guaritrice mazateca delle montagne di Oaxaca, in Messico, che utilizzava i funghi psilocibinici all'interno di cerimonie tradizionali chiamate veladas. Per lei quei funghi non erano "droghe" né strumenti di evasione, ma parte di una pratica sacra di guarigione e riconnessione spirituale. Quando negli anni Cinquanta il mondo occidentale venne a conoscenza del suo lavoro, si aprì una porta che avrebbe contribuito, nel tempo, alla nascita dell'attuale rinascita psichedelica.

Nel corso dei decenni, queste conoscenze millenarie sono diventate oggetto di un interesse sempre maggiore da parte del mondo occidentale. Molte persone cercano in queste esperienze guarigione, senso e trasformazione personale. Ma proprio questa crescente attrazione ha dato origine anche al fenomeno del turismo psichedelico, con tutti i rischi che comporta: la mercificazione delle tradizioni indigene e la tendenza a trasformare pratiche sacre e complesse in esperienze da consumare rapidamente. La questione, però, non riguarda soltanto il rispetto delle tradizioni indigene. Riguarda anche ciò che queste tradizioni possono insegnarci sulla natura stessa della guarigione.


In molte culture indigene la sofferenza non viene vista come un problema isolato da eliminare, ma come il segnale di una rottura dell'equilibrio. Una rottura nella relazione con sé stessi, con la famiglia, con la comunità, con la natura o con il mondo spirituale. Guarire non significa semplicemente far scomparire un sintomo. Significa ristabilire un equilibrio. Per questo le medicine delle piante non sono mai considerate l'unico agente terapeutico. La sostanza è soltanto una parte del processo. Altrettanto importanti sono il rituale, la preparazione, la comunità, la guida, l'intenzione con cui si entra nell'esperienza e il modo in cui la si integra nella propria vita.


Questa prospettiva è molto diversa da quella che caratterizza gran parte della cultura occidentale contemporanea. La medicina moderna ha compiuto progressi straordinari e ha migliorato la vita di milioni di persone. Tuttavia siamo spesso abituati a pensare alla guarigione come a un intervento mirato su un sintomo specifico. Identificare il problema. Fare una diagnosi. Applicare un trattamento. Un approccio estremamente efficace in molti contesti, ma che rischia talvolta di ridurre la complessità dell'esperienza umana.


Le tradizioni indigene sembrano ricordarci qualcosa che abbiamo in parte dimenticato: che la sofferenza non riguarda soltanto il cervello, il corpo o la chimica. Riguarda anche il significato che attribuiamo alla nostra vita, la qualità delle nostre relazioni, il senso di appartenenza e il nostro rapporto con il mondo che ci circonda. Forse è proprio questo uno degli aspetti più interessanti dell'attuale rinascita psichedelica. Al di là delle sostanze in sé, queste esperienze stanno riportando al centro una domanda antica: la guarigione è davvero un evento isolato o è un processo che coinvolge la persona nella sua interezza?


Questa domanda diventa ancora più importante quando si osserva il fenomeno del turismo psichedelico contemporaneo. Quando una pratica di guarigione viene estratta dal proprio contesto culturale e trasformata in un prodotto da acquistare, qualcosa rischia inevitabilmente di andare perduto. Non solo per le comunità che custodiscono queste tradizioni, ma anche per chi cerca in esse una trasformazione autentica. Molti studiosi parlano oggi di approccio "estrattivo": la tendenza a prendere una medicina, un rituale o una conoscenza senza entrare realmente in relazione con le persone e le culture che l'hanno custodita per generazioni. È una dinamica che assomiglia molto a quella con cui, per secoli, abbiamo trattato le risorse naturali: estrarre valore senza preoccuparci troppo delle conseguenze. Forse è per questo che sempre più persone parlano oggi di reciprocità. Non soltanto ricevere qualcosa da queste tradizioni, ma sviluppare un rapporto di rispetto, ascolto e restituzione. Perché la vera eredità delle culture indigene non risiede semplicemente nelle sostanze che utilizzano. Risiede nella loro visione della guarigione. Una visione che considera l'essere umano come parte di una rete di relazioni più ampia e che ci invita a ricordare qualcosa che il mondo moderno tende spesso a trascurare: non guariamo da soli. Guariamo sempre dentro una relazione. Con noi stessi. Con gli altri. Con la natura. Con la comunità. E forse, in ultima analisi, è proprio questa la medicina più importante.

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